Convivenze

Testo critico

Convivenze. Poesie e Polaroid. Un libro di Samuele Bianchi e Katia Sebastiani

di Maurizio G. De Bonis

Il testo scritto, in forma poetica, e la fotografia possono trovare un terreno nell’ambito del quale potersi sovrapporre, intersecare e coniugare? La risposta è che a livello linguistico questo matrimonio è impossibile. La parola e l’immagine fotografica possiedono caratteristiche così diverse e antitetiche che ogni tentativo di “unirle” in un utopico unico linguaggio è praticamente sempre naufragato. Basterebbe sottolineare il fatto che la parola si concretizza visivamente attraverso dei segni astratti a cui l’uomo da un significato, mentre la fotografia evoca la realtà attraverso i segni della realtà stessa. Ci troviamo su dimensioni totalmente differenti, dunque. Eppure, pur avendo ben presente l’infattibilità di questa unione, appare necessario riflettere sugli innumerevoli piani creativi che potrebbero delineare scenari forse praticabili. Partendo dal presupposto che testo scritto e scatto fotografico non possono dire, né descrivere, la medesima cosa, e tenendo presente che anche la didascalia esplicativa rappresenta una sorta di paradosso nei confronti della fotografia a cui è accostata, possiamo però aggirare il problema ponendo il rapporto tra parola e immagine su un altro piano, non di relazione semantico/linguistica, ma di vicinanza filosofico/concettuale. Mi spiego. Se testo e immagini sono inconciliabili (come sono) e non possono esprimere i medesimi contenuti senza annullarsi a vicenda in un controproducente effetto di ridondanza, possono però trovare una sintonia sul piano dello spirito poetico che sta alla loro base. Tale sintonia, però, può essere solo non prevista, casuale, non ragionata, altrimenti si innescherebbe immediatamente il meccanismo della doppia, identica (dunque sterile) riproduzione di senso. Dunque poesia e fotografia non possono che incontrarsi per caso, fuori da ogni progetto preordinato e inciampando una nell’altra. E possono incontrarsi solo sul piano dei significanti, e dunque della forma dell’espressione e della comunicazione. Come appena detto, si tratta di una “convivenza” che può essere determinata solo dall’inciampo di una parola e dalla successiva sua caduta sull’immagine. Tale procedimento determina, in modo automatico e libero, l’incontro tra queste due forme di espressione che solo così potranno (ri)trovare una loro indecifrabile sintonia; tale sintonia probabilmente deriva dall’armonia creativa dei due autori, i quali, partendo dai medesimi significanti, esprimono dei significati (ininfluenti) che poi si manifestano attraverso segni linguistici diversi.

Ebbene, Convivenze è il titolo di un libro elaborato da Katia Sebastiani, poetessa, e Samuele Bianchi, fotografo. Testi brevi ed essenziali, polaroid che isolano segmenti di presunta realtà. Dicono gli autori nell’introduzione: “Le poesie sono state accostate agli scatti con tutta la libertà del caso, senza seguire alcun ordine prestabilito…”. E ancora: “…i due lavori…presentano traiettorie che si incrociano, non tanto per l’affacciarsi alla mente di oggetti comuni, cosa che accade in alcuni momenti, quanto piuttosto per il tentativo, sentito come esigenza stilistica e insieme morale, di guardare e dire quegli oggetti così come sono, senza giudicarli”.

Queste dichiarazioni sono per me assolutamente emblematiche ed esprimono il motivo per cui questo libro è risultato possibile. Se non concordo con gli autori, quando sostengono la loro esigenza di guardare gli oggetti “così come sono” (poiché ogni sguardo è diverso, e ogni tentativo di rappresentazione è diversa e inconciliabile), comprendo pienamente tutti gli altri meccanismi che li hanno spinti a elaborare questo libro. La plausibilità di questo esperimento è riscontrabile proprio scorrendo le pagine del libro. L’impressione che ha il lettore è quella di percorrere sempre la medesima strada, anche se si passa da un mezzo di comunicazione all’altro. I significanti di Katia Sebastiani si susseguono a quelli di Samuele Bianchi senza soluzione di continuità. Il risultato è che il fruitore non distingue più testo scritto e immagine fotografica e si lascia trasportare dal flusso dell’opera senza cercare significati, o peggio ancora contenuti. Per una volta, probabilmente, questo matrimonio impossibile è riuscito, semplicemente perché i meccanismi concettuali che stanno alla base della poesia di Katia Sebastiani e della fotografia di Samuele Bianchi si sono (ri)trovati liberamente, senza il condizionamento nefasto dell’idea di progetto comune, idea spesso generatrice di inutili ridondanze artistiche che a loro volta finiscono per produrre solo significati prevedibili, banali e dunque vuoti. ©CultFrame 03/2009

 

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