Non sono io

Testo critico

Secondo premio 7° Portfolio in Villa 9° Internazionale di Fotografia – Solighetto 2004

Pubblicato su: ©CultFrame 09/2004

“Fotoit” n°09 settembre 2005

 

Non sono io

Strade che conducono verso il nulla. Immagini enigmatiche e sospese. L’attesa e il ricordo, la paura dell’oblio e l’angoscia della morte. La vita appare un cammino verso l’abisso e gli esseri umani delle cellule esistenziali inermi, incapaci di trovare una spiegazione. Gli sguardi, drammaticamente immobili, nascondono uno straniamento interiore devastante, eppure tutta questa tensione rimane celata, implosa grazie ad una condizione di tragica incertezza.

I lavori fotografici di Samuele Bianchi, fotografo e artista lucchese, sono caratterizzati da un’impostazione simbolica evidente e da una netta capacità di armonizzare aspetti contenutistici e invenzioni estetiche, in una cifra stilistica compatta e credibile. La sua visione della realtà, apparentemente semplice e diretta, nasconde una stratificazione del senso, una tendenza a superare la superficie della materia visibile per inoltrarsi in un universo nel quale le sensazioni più recondite degli animi umani trovano una loro dimensione. In base a tali considerazioni, anche il portfolio che all’ultimo Festival Internazionale di Solighetto si è aggiudicato il secondo premio rappresenta la concretizzazione più alta della creatività di un autore che ha ancora grandi margini di miglioramento. Il pregio maggiore di questo fotografo è la sua insopprimibile esigenza di attraversare territori poetico-visuali che non siano già sfruttati e conosciuti, specie nel nostro paese. Samuele Bianchi ha uno sguardo moderno; la sua cifra poetica si è forse inconsapevolmente nutrita alla fonte sempre viva delle tendenze artistiche europee e nordamericane. Ciò è riscontrabile nell’elegante e misurata complessità dei suoi progetti, i quali fanno emergere, in una sorta di lenta ed efficace rielaborazione personale, alcune linee estetiche e narrative tipiche del mondo della videoarte e del cinema contemporaneo. E’ innegabile che nei suoi scatti le atmosfere lynchiane siano più che ravvisabili, così come alcuni aspetti narrativi che sembrano provenire dal mondo delirante di Solondz. Che sia consapevole o no, tale legame concettuale con il cinema americano meno commerciale fa dell’opera creativa di Samuele Bianchi una forma espressiva che si eleva nettamente sopra la media. L’idea di procedere per accoppiamenti di scatti carica di ulteriore sostanza la poesia visiva del fotografo di Lucca; si avverte, infatti, il desiderio di andare oltre l’obsoleta rigidità dell’inquadratura per procedere verso una composizione sequenziale che costringa il fruitore a diventare soggetto attivo, non solo concretamente ma anche, e soprattutto, psicologicamente. Il dolore, la sofferenza, l’elaborazione del lutto, la solitudine, l’angoscia interiore, la perdita degli affetti, tutto ciò trova nella griglia concepita da Samuele Bianchi una sua perfetta ed equilibrata organizzazione. Anche l’uso della propria immagine non ha nulla di narcisistico. L’autore non utilizza il proprio viso e il proprio corpo per mania di autorappresentazione ma per liberarsi catarticamente del proprio tormento. Il portfolio intitolato “Non sono io” sembra essere, dunque, il risultato di una profonda autoanalisi interiore, il punto di arrivo di lungo tunnel attraversato forse con molte esitazioni ma con il forte desiderio di uscire allo scoperto mostrando la fragilità del proprio corpo e del proprio sguardo. Ma Samuele Bianchi non sembra aver concluso con questa “sequenza” premiata a Solighetto il suo lavoro sulla “strada”. Nuove opere in bianco e nero ci mostrano individui distesi al bordo di grandi vie asfaltate. Il volto senza espressione o gli occhi chiusi, oppure, ancora, le braccia poggiate su una striscia bianca. Come sempre nell’arte di Samuele Bianchi gli esseri umani sono soli di fronte all’insensatezza del mondo. Davanti a loro il vuoto e l’inconoscibile.

Maurizio G. De Bonis

©CultFrame 09/2004

 

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