Sagra di addio - Katia Sebastiani
La poesia può permettersi
di Elio Grasso
Ci sono poeti che difendono la parola, e poeti che difendono la vita. Con la poesia ci si può permettere davvero tutto, o meglio, la poesia può “permettersi tutto” come scrisse una volta Marie-Louise Lentengre a proposito di un autore a lei caro. E appunto lo si vede in modo particolare nelle pubblicazioni che conducono la loro battaglia nel settore. I libri promessi, i libri arrivati e che richiedono riflessioni, poi, sono moltissimi, e lo spettro d’azione richiama una specie di foresta selvaggia, in piena luce, esposta come forse mai prima d’ora. Realtà e sentimento, imitazioni e cose belle o incongrue, sono tutte lì, a difendersi e a cercare di coglierci in qualche attimo di disattenzione. Il tempo ha la sua celebrazione in questo libro di Katia Sebastiani (conosciuta per la prima volta nell’interessante antologia Subway 2004-2006), e si potrebbe dire che qui anche lo spazio ha un suo approdo positivo, rendendo pubbliche con autorevolezza le coordinate esatte di un accadimento (“Credo che quella casa / a rovina sul mare / facesse parte del disegno / e a lungo avrai studiato / il come e il quando…”). Incidere tempo e spazio, in questo caso, attesta l’incredibile estensione verso una realtà tragica. Più che un rapporto con essa, si diventa testimoni di un destino senza opportunità ulteriori, se non quelle che derivano dalla forza che spinge oltre. Perché un poeta non può fare altro. Rinunciare alle vie lessicali più complesse ha il suo peso (Beckett avrebbe qualcosa da insegnarci a tal proposito), si affrontano rischi ben conosciuti, ma per tenersi viva nel suo nucleo avventuroso questa poetessa decide ogni volta di parlare come se fosse ancora “lì”, durante lo svolgersi del nastro inesorabile del tempo. E lì parla, anche grida, oppure indulge a parole più sommesse, come se volesse regalare qualche respiro in più al proprio scrivere. Perché di questo si tratta, alla fine, di alimentare la propria poesia, dargli nuove possibilità propulsive, perché sul resto non c’è più controllo, sulle cose accadute si può soltanto parlare discutere o litigare. Katia Sebastiani si addentra nei nodi che danno direzione alla realtà, gettando una sfida sul crinale, da dove si vedono le scie di un viaggio iniziato e sospeso, e la moltitudine di lievi impronte lasciate alle spalle di una vita interrotta. Il senso unico della sua ricerca ha dei limiti ben precisi, per esempio non si può assottigliare la propria lingua al limite della comprensibilità, la scelta di un esilio pone fine una seconda volta alla realtà. Il vestito di una strofa coincide con i vestiti di qualcuno che non c’è più e che nessuno mai userà più. Bisogna intendersi su questo, c’è una coincidenza determinata fra le due cose, e qui sta il legame con il dolore, con il paradosso che ci lega allo stare al mondo. Non esiste immaginario nelle poesie di Katia Sebastiani, le parole stridono e forse vorrebbero ribellarsi di fronte a tanta crudezza, ma non c’è nulla da fare, il nuovo qui sta nel corto circuito fra antecedenti e scelta di una lingua. Questa è veloce, diretta, usata dentro a versi telegrafici, corredati di molte sospensioni. Il fiato corto che sa ridurre la scala di un mondo che altrimenti non si può contenere tutto nella propria stanza. O nel giardino che si coltiva alacremente. Una poesia che non concede di esporsi, se non fosse che in questo libro il tema è unico, martellante, e allora forse non è il caso di fare dichiarazioni d’intenti. I testi presenti nell’antologia citata avevano altri riferimenti per la poetessa, lì l’esperienza quotidiana veniva consegnata ai minimi termini, la dimensione del diario serviva a mettere sullo stesso piano le ore del giorno e le ore della scrittura. Una sovrapposizione di tempi diversi tutti da decifrare, avendo il tempo fra un servizio e l’altro (“Il mondo non è / una scrivania dove riponi / inchiostri indelebili / dentro scatole ermetiche.”). Ma la poesia fa le sue rivoluzioni anche dentro la storia personale di questa poetessa toscana. Ha reso forte la sua visione, tanto da renderla visionaria, con quel tanto di eccesso di cui si ha sempre bisogno, quando si ha a che fare con le traiettorie del reale. C’è un’esattezza in tutto questo, che rende inevitabile la comunicazione con il libro. A passi decisi Katia Sebastiani ci investe di qualcosa fatto per tutti. Dopo il disastro, occorre un addio. E se c’è un merito da comprendere, proprio da qui bisogna partire.
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